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Il conto di 4 anni di guerra per made in Italy: costi dell’energia e del credito

Lo scoppio della guerra in Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni nei confronti della Russia hanno determinato un pesante calo dell’export italiano verso i due paesi belligeranti. Lo shock energetico del 2022 ha lasciato un lungo strascico.

Martedì prossimo saranno trascorsi quattro anni dal 24 febbraio 2022, giorno in cui la Russia ha iniziato l’invasione dell’Ucraina.

Da allora, sull’economia europea hanno impattato una grave crisi energetica, la stretta monetaria più pesante della storia dell’euro, l’indebolimento del commercio internazionale e le incertezze derivanti dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente e dalla crisi del Mar Rosso.

I quattro anni di guerra hanno lasciato una pesante eredità. Sulla minore crescita economica influiscono la flessione delle esportazioni verso i paesi belligeranti e la Germania, colpita dalla recessione e il calo della produzione nelle due maggiori economie europee della manifattura. Il costo dell’energia e gli oneri finanziari per le imprese rimangono su livelli più elevati di quelli di quattro anni prima, mentre la flessione del credito alle imprese frena gli investimenti.

“Prima di esplorare il conto dei danni economici dei conflitti, va doverosamente premesso che le guerre presentano sempre un conto inaccettabile di vite umane civili, oltre che militari. Si vedano i monitoraggi delle Nazioni Unite sulle vittime civili in Ucraina e su quella nella Striscia di Gaza”, afferma nella nota l’associazione di categoria, Confartigianato.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni nei confronti della Russia hanno determinato un pesante calo dell’export italiano verso i due paesi belligeranti. Tra il 2021 e 2025 l’Italia registra 22.240 milioni di euro di mancate esportazioni in Russia e Ucraina, una perdita valutata rispetto ad uno scenario di pace in cui, invece, la domanda dei due paesi si sviluppa allo stesso ritmo dei mercati extra UE.

Una elevata dipendenza dalle forniture energetiche della Russia ha contribuito a far scivolare in recessione l’economia tedesca, con ricadute pesanti sulle domanda del made in Italy. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha registrato una perdita di 35.426 milioni di euro di esportazioni verso la Germania, valutata rispetto ad uno scenario di stabilità nel quale la domanda del mercato tedesco di prodotti del made in Italy cresce allo stesso ritmo dei restanti paesi dell’Eurozona. Nei quattro anni il mancato export diretto nei tre paesi nel cuore d’Europa ammonta a 57.667 milioni di euro.

La guerra e le sanzioni, intrecciate con le turbolenze geopolitiche su scala mondiale modificano il peso dei principali mercati del made in Italy. Nel complesso emerge uno spostamento dell’export italiano verso mercati extra-UE, con una maggiore presenza nel Mediterraneo e in Nord America, a fronte di un indebolimento nei tradizionali sbocchi continentali. Valutando le quote dei mercati sul totale export, tra il 2021 e il 2025 i mercati che si avvicinano di più alle imprese italiane sono soprattutto gli Stati Uniti (+1,4 punti percentuali), la Spagna (+0,9 p.p.), la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti (+0,5 p.p.). Al contrario, si allontanano importanti partner europei, in primis la Germania (-1,7 p.p.) e, in misura minore, Belgio (-0,3 p.p.), Francia e Regno Unito (-0,2 p.p.). Inoltre, pesano le flessioni di Cina (-0,8 p.p.) e soprattutto della Russia (-0,9 p.p.).

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