“Dal terremoto dell’Aquila al sisma del Centro Italia, dalla pandemia Covid-19 alla frana di Niscemi, emerge un dato chiaro: Non basta informare sui rischi perché senza prevenzione non esiste una vera cultura della comunicazione del rischio”.
Lo ha affermato il giornalista Alberto Orsini, promotore dell’incontro “Tranquilli? Cultura della comunicazione del rischio dopo 17 anni dal terremoto dell’Aquila”. Al Palazzetto dei Nobili Orsini ha presentato un breve saggio che integra e aggiorna il suo libro “Tranquilli – Il processo alla Commissione Grandi Rischi”, alla presenza di esponenti dell’informazione e della magistratura protagonisti del processo divenuto famoso e studiato anche a livello internazionale.
L’iniziativa ha ottenuto l’utilizzo del logo di L’Aquila Capitale italiana della cultura 2026. Vi hanno preso parte i magistrati Marco Billi e Fabio Picuti, protagonisti di quelle udienze rispettivamente come giudice di primo grado e pubblico ministero, nonché i giornalisti Giustino Parisse (Il Centro) e Michela Santoro (Ilcapoluogo.it), quest’ultima moderatrice dell’incontro, ripreso e diffuso integralmente dal cronista Emmanuel Ntawizera sul proprio canale YouTube.
“Diversi tipi di comunicazione applicati a diversi rischi hanno generato diversi effetti. All’Aquila, la riunione degli scienziati a cinque giorni dal sisma distruttivo è divenuta un processo penale che, per la prima volta, ha portato davanti a un tribunale il tema della comunicazione del rischio – ha spiegato Orsini -. Il primo banco di prova è giunto con i terremoti del Centro Italia. Lì si è verificata una ‘reazione allergica’ del sistema al processo: si pensi al rischio di ‘effetto Vajont’ evocato dal presidente della nuova Commissione”.
Orsini ha proseguito ricordando che “con il Covid abbiamo assistito, poi, a una esplosione della comunicazione del rischio, con gli scienziati sempre più presenti sui media, non più consulenti tecnici ma figure mediatiche. Infine – ha aggiunto il giornalista -, la frana di Niscemi: qui, attraverso un rapporto della Protezione civile, il rischio non solo era stato individuato, ma anche tradotto in indicazioni operative. Ma quella conoscenza non è rimasta viva nel sistema decisionale. Ecco perché la memoria è decisiva per trasformare la consapevolezza in azione”.
“Non c’è comunicazione se non c’è un messaggio da comunicare, ma a monte necessariamente ci deve essere un’analisi del rischio: ecco perché lo scienziato c’entra eccome – ha detto il giudice Billi . Il messaggio lo deve dare la comunità scientifica, ecco perché la loro responsabilità è fondamentale. Nel processo di primo grado è stata ritenuta sussistente la responsabilità penale di tutti gli scienziati”.
Il cronista Parisse ha ricordato come le sentenze successive abbiano sentenziato che “sul piano formale quella non era una riunione della Commissione Grandi Rischi. Ma allora che cosa sono venuti a fare? Quel 31 marzo 2009 la scienza non c’era – ha sostenuto -. Noi sapevamo che questo è un territorio a rischio sismico, come a Niscemi si sapeva della frana o a Rigopiano si poteva pensare a una valanga. Ma tale conoscenza non è mai divenuta prevenzione”.
Per Fabio Picuti, sostituto procuratore in Cassazione, “tra trenta o quarant’anni nessuno si ricorderà del processo alla Commissione Grandi Rischi, ma tutti potranno sapere quando è stato celebrato, a carico di chi, perché resterà un libro. E questo fa la cultura di una terra, memoria collettiva che si tramanda a prescindere se sia in vita o meno chi è stato protagonista delle vicenda. Quest’iniziativa – ha concluso – rappresenta la prova tangibile che L’Aquila è una Capitale della cultura non solo di nome, ma perché le vicende della Grandi Rischi hanno riguardato tutto il mondo, interessando sia gli scienziati che la comunicazione a livello internazionale”.
Comunicato stampa







































