“La visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau è stata un’esperienza che ha segnato profondamente il nostro modo di guardare la storia e l’essere umano. Entrare in quei luoghi spettrali, quasi sospesi nel tempo, ha significato confrontarci con una realtà che nessun libro, nessun numero, nessuna fotografia potrà mai restituire fino in fondo. Eppure, camminare tra quei fili spinati, osservare le baracche, ascoltare le storie delle barbarie compiute dai nazisti, ci ha permesso di avvicinarci, anche solo di un passo, alla vastità del dolore che lì è stato consumato.
Prima di questo viaggio ci sentivamo estremamente grati per l’opportunità di conoscere un nuovo Paese, un nuovo popolo, una cultura diversa dalla nostra. Viaggiare ha sempre rappresentato per noi un’occasione di crescita e di apertura, ma Cracovia ci ha regalato qualcosa di diverso: emozioni vivide e ricordi indelebili, difficili da sostenere e impossibili da dimenticare.
Ciò che più ci ha sconvolto è stata la consapevolezza che i numeri delle vittime sono troppo grandi per essere realmente concepiti dalla nostra mente.
Guardare una ad una le migliaia di fotografie dei prigionieri, soffermarci sui loro sguardi, ci ha aiutato a capire che dietro ogni cifra c’era una vita, un volto, una storia spezzata. Eppure, restiamo convinti che non sia possibile essere fino in fondo consapevoli della crudeltà che è stata inflitta. Ancora più angosciante è stato osservare l’enorme quantità di oggetti personali conservati nei musei: scarpe, valigie, occhiali, capelli. Pensare che ognuna di quelle cose appartenesse a qualcuno esattamente come noi è stato terrificante. Non è possibile immedesimarsi davvero nelle vite dei prigionieri: ci vengono raccontate nel loro momento peggiore, quando la disumanità delle condizioni subite aveva ormai invaso ogni aspetto dell’esistenza. Il numero tatuato al posto del nome, i viaggi nei vagoni di bestiame mai aperti, l’assenza dei cucchiai per mangiare, come se quelle persone fossero animali; le baracche di legno dove il freddo entrava da ogni spiffero e dove dormivano anche sette persone insieme, senza distinzione di età o di salute. Donne, uomini e bambini privati di vestiti, cibo, acqua e dignità.
Visitando soprattutto Birkenau, rimasto quasi intatto rispetto agli altri campi, abbiamo compreso che non si trattava soltanto di morte e fucilazioni. In quei luoghi uomini come Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, trattavano esseri umani come bestie. Lo stesso Zyklon B, utilizzato per sterminare insetti, veniva impiegato nelle camere a gas per uccidere persone. Tutto questo oggi sembra inammissibile, eppure è accaduto davvero.
Entrando lì dentro ci siamo chiesti più volte: dove erano gli altri uomini nel frattempo?
Probabilmente anche l’indifferenza ha contribuito ad aumentare il numero delle deportazioni e degli stermini. La storia, da sola, non basta per entrare in luoghi come questi: serve essere uomini e donne di buon cuore e di buon senso per cogliere fino in fondo la gravità di ogni gesto compiuto contro un intero popolo, quello ebraico. Come scrive Primo Levi in “Se questo è un uomo”, comprendere significa giustificare, e qui non c’è nulla e nessuno da giustificare. Se comprendere è impossibile, conoscere diventa allora necessario, affinché simili atrocità non vengano più ripetute in futuro. Un futuro che, purtroppo, sembra sempre meno lontano se osserviamo il periodo storico che stiamo vivendo.
Ma Auschwitz non è solo il simbolo della morte.
È anche il luogo in cui abbiamo compreso che l’essere umano è colui che ha inventato le camere a gas, ma è anche colui che vi è entrato con dignità, pregando.
È un inferno reale in cui ogni individuo venne privato della propria identità, ma dove, nonostante tutto, sopravviveva una scintilla di umanità.
Tra quelle recinzioni si percepisce un calore inatteso: la speranza di rivedere i propri affetti, il legame tra compagni di prigionia, il gesto di una madre che, tra le fiamme dell’odio nazista, riesce ancora a donare un rudimentale giocattolo al proprio bambino.
Auschwitz rappresenta per noi una sorta di Yin e Yang d’Occidente: da un lato il gelo, la brutalità, la disumanizzazione; dall’altro una fioca luce, il Bene come atto di resistenza. Una luce fragile ma reale, che tenta di opporsi all’oscurità più totale. Questa visita ci ha insegnato che la democrazia e i diritti umani non sono conquiste definitive, ma vanno coltivati ogni giorno, come piante delicate, affinché possano crescere e resistere.
Crediamo fermamente che visitare questi luoghi sia una presa di coscienza necessaria, soprattutto oggi. Forse l’empatia che dovremmo provare verso chi ha subito violenze così terribili riuscirà, un giorno, a renderci davvero più umani.
Ringraziamo la D. S., prof.ssa Nicolina Tania Ulisse, il Consiglio d’Istituto del Liceo Scientifico “Marco Vitruvio Pollione” di Avezzano, le docenti accompagnatrici, prof.sse Lolli Carmela e Pruiti Barbara, per l’opportunità unica di conoscere un gioiello di storia medievale e moderna, la città di Cracovia, e un tempio simbolo delle oscenità del secolo scorso, il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.”
Comunicato stampa




