Cosa stai cercando?...
Home » Liceo “Vitruvio”: Carlo Dell’Olio racconta il silenzio di Auschwitz

Liceo “Vitruvio”: Carlo Dell’Olio racconta il silenzio di Auschwitz

Racconto dello studente classe 5^H

Oggi è Carlo Dell’Olio, classe 5^H del Liceo Scientifico “Vitruvio”, a raccontarci il dolore di Auschwitz. Le anime di chi ha perso la vita in quel luogo sembrano parlarci attraverso la sua voce, un coro silenzioso che ancora si diffonde nel vento. Non aggiungeremo altre parole: ci fermiamo in ascolto di un cuore che ha vibrato alle lacrime che ancora impregnano quella terra.
“Lo stridio dei freni del pullman ci sollecita a prepararci per scendere. Siamo arrivati ad Auschwitz.
Mi guardo intorno e, nell’espressione affranta e sconsolata dei miei compagni di viaggio, vedo riflesso il mio viso. Non una parola, non un commento e il silenzio pesa sull’attesa come un macigno. Subito dopo i nostri passi risuonano nell’aria gelida e lattiginosa del mattino, che ferisce la pelle con l’intensità di tante lamine acuminate.
Un passo dietro l’altro, percorriamo una strada larga, spruzzata di ghiaia e a tratti coperta da una leggera coltre nevosa. Da entrambi i lati è delimitata da costruzioni tristi e austere, simili a vecchie caserme, alle quali il sole sembra aver negato da sempre il suo calore. Persino gli alberi che si affacciano sui suoi margini appaiono tristi e sofferenti.
In quest’atmosfera inquietante, il mio sguardo indugia su un grande cancello, sul quale spicca la scritta: “Arbeit macht frei”- il lavoro rende liberi-, una frase che trasuda cinismo e che mastico nel segreto dei miei pensieri, trovandola di una crudeltà raffinata.
Successivamente la guida, una signora del luogo, ci introduce in uno dei casermoni e subito ci viene incontro l’amaro odore della morte, che si aggrappa ai vestiti e sulla pelle, restando con noi come un’ombra silenziosa per tutto il tempo della visita.
L’interno di ogni vecchia struttura è più doloroso dell’ultimo cerchio dell’inferno dantesco: molto più straziante, più crudele. È un inferno esasperato, dove nessun essere umano merita di finire. Quando poi il nostro sguardo è quasi obbligato a frugare tra montagne di povere valigie di cartone, un coro lamentoso di voci si sprigiona da quegli oggetti, per raccontarci dei sogni rimasti prigionieri di una ferocia senza precedenti, che distrugge la dimensione umana, rubando all’uomo quanto ha di più prezioso e caro: la dignità.
Scarpe, scarpe, scarpe di vari colori, scarpe di ragazzi, di giovani e di bambini, ai quali l’odio razzista brucia piedi e piedini che mai più si poseranno sulle strade della vita.
E poi ancora montagne di capelli, trecce recise che parlano di cura della persona, di gesti quotidiani, fatti davanti a specchi che una forma spietata di crudeltà ha opacizzato per sempre. Che dire dei cumuli di occhiali, ai quali sono stati portati via gli occhi da potenziare e proteggere? Ora restano lì, ciechi, a fissare il vuoto di una visione interrotta.
Non ce la faccio più; il peso di quel vuoto è diventato insostenibile.
Esco in punta di piedi, quasi a non voler sopportare un dolore che non mi appartiene, ma mi travolge. Ho paura di camminare sui poveri sogni di chi ha lasciato la vita tra queste lugubri pareti.
Davanti a tanto orrore, la morte credo sia una liberazione: esiste un limite oltre il quale la sofferenza si ripiega su sé stessa e il corpo implora pietà.
Con queste immagini impresse nella mente e soprattutto nel cuore, ci apprestiamo a risalire sull’autobus che ci condurrà a Birkenau, il campo di concentramento di Auschwitz. Scendiamo, e da lontano vediamo venirci incontro i binari arrugginiti della ferrovia che, freddi e paralleli, corrono verso l’ingresso della morte, una bocca avida e affamata, pronta a inghiottire tutti coloro che la varcano.
Oltre il tunnel, lo sguardo spazia su una distesa infinita e desolata, un mare di terra e cenere dove il vento continua a raccontare e a urlare la sofferenza di tutti coloro che hanno lasciato la loro vita in quest’inferno costruito dalla crudeltà degli uomini. Mentre mi allontano, capisco che a noi giovani è demandato il compito solenne di non dimenticare, perché solo la memoria può fare in modo che tanto orrore non si ripeta mai più.”
Le classi 5^H, 5^Q e 5^E sono state accompagnate dalle prof.sse Annamaria D’Innocenzo e Antonella Lusi.

Comunicato stampa

CONDIVIDI

ALTRI ARTICOLI CHE POTREBBERO INTERESSARTI
SEGUICI SU

FACEBOOK

LIKE

ARCHIVI
Archivi