Quello che segue è l’ultimo dei racconti del viaggio della memoria che gli studenti delle classi quinte del Liceo Scientifico “Vitruvio” hanno fatto alla fine di gennaio. Le parole di Silvana e dei suoi compagni aiuteranno tutti a riflettere su una delle pagine più buie della nostra storia, nella speranza che un tale “romanzo dell’orrore”, che va oltre l’immaginazione, possa avere un giorno, davvero, la parola “fine”
“La Polonia non è un Paese in cui si può andare così, tanto per, a visitare luoghi turistici di cui il web parla. Bisogna sicuramente conoscerne la storia: dalla spartizione della fine del 1700 tra Prussia, Russia e Austria, alla conquista di Hitler e i campi di concentramento. Solo con questa mentalità si può entrare in quella che è la Piccola Polonia, la parte più turistica in cui si situano sia Cracovia sia il campo di sterminio, ora diventato museo, di Auschwitz – Birkenau. Non è quindi un viaggio da fare alla leggera e soprattutto per persone troppo sensibili, ma è certamente un viaggio che tutti dovrebbero fare.
Non è stato solo un viaggio di istruzione, ma un pellegrinaggio fatto con lo scopo di provare a capire cosa abbiano vissuto tutte quelle povere anime.
È stato pieno di speranza, nuove esperienze e persone, ma anche di lutto e di consapevolezza.
È vero, alla fine più di tanto non ci si può immedesimare, o almeno mi pare ancora difficile: le condizioni di vita erano estreme, niente compassione, solo distruzione lenta e sfiancante; cose che sembrano impensabili e quasi una fantasia lontana se non le si tocca con mano. Eppure, anche se indirettamente, le viviamo ogni giorno. Per questo è necessario visitare luoghi di ricordo come questi, che mostrano cosa un uomo ha avuto il coraggio di fare ad un altro uomo, citando Primo Levi.
Purtroppo, non sono riuscita ad entrare nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau, ma sono riuscita a vedere delle strutture da lontano e posso assicurare che l’impatto è forte, da far male
L’entrata di Birkenau è agghiacciante, non spaventosa, ma impattante, grande e fredda, tanto da far trasalire e far venire la pelle d’oca. Il filo spinato e le mura che contornano Auschwitz sono paralizzanti.
Ma la cosa che forse mi ha colpito e scioccato di più di questo luogo è stata la casa del comandante. Così vicina a quest’orrore ma anche così lontana. Lì sono cresciuti bambini, mentre altri morivano proprio solo al di là di un muro.
C’è inoltre una cosa che solo io del mio gruppo ho visto, almeno credo: alla sala adiacente al ristorante in cui mi ero fermata per aspettare la mia classe c’era un insieme di foto di uomini ebrei nel campo. Mi ha fatto riflettere molto, soprattutto sul fatto che nonostante lo scopo primo del campo fosse quello di togliere l’identità e la dignità, ciò non è riuscito: infatti nonostante la divisa, l’assenza di capelli e anche di luce negli occhi fosse la stessa mi è sembrato come se avessero tenuto la loro identità. Erano diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, con i propri tratti facciali e il proprio carattere. Ed è qualcosa che mi ha dato molta speranza, il sapere che nonostante tutto siano rimasti loro stessi e siano sopravvissuti anche se solo nella nostra memoria.
È proprio per questo che sono convinta che la cosa più importante sia continuare a ricordare, a raccontare, a trasmettere e non arrendersi mai poiché ci vogliono coraggio e compassione, gentilezza e soprattutto umanità nella vita di tutti noi.”
Comunicato stampa







































