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Vicenda dominicano: interviene Di Pietro di Migrantes

Lidia Di Pietro: "Accompagnare la persona malata nel suo percorso di cura, il farsi corresponsabili della sua “presa in carico” significa crescere come persone, come società civile e comunità ecclesiale."

«La vicenda di Gustavo Morrobel è una di quelle che deve far riflettere tutti sul diritto alla cura delle persone affette da disturbi mentali e sul rapporto tra malattia mentale e comunità.
Quando si entra in contatto con un malato mentale, spesso prevale la tentazione di prenderne le distanze, percependolo  imprevedibile, avendo il timore che possa perdere il controllo. Oppure lo cataloghiamo solo nell’ottica “dell’ordine pubblico”, evidenziandone gli eventuali disturbi o “reati”. Distanti ci dimentichiamo che l’altro, il malato, è una persona come noi. E soprattutto dimentichiamo, paradossalmente, che la salute mentale non è considerata al pari delle altre patologie. E altrettanto non lo è il diritto alla cura.
Quanti di noi avrebbero gioito del rimpatrio di Gustavo se invece di una malattia mentale fosse stato affetto da una patologia neuro-degenerativa o da un cancro? Non intendiamo discutere della validità o dell’opportunità dei procedimenti di rimpatrio. Ma del diritto alla cura del cittadino, italiano o straniero,affetto da malattia mentale.
Lo stigma associato alle patologie psichiatriche, il sovraccarico sistematico degli operatori e dei servizi sanitari deputati alla cura, la fatica della cura, della gestione del tempo sono tutti elementi ben noti alle famiglie che hanno in carico un malato mentale.
E molte di esse non ce la fanno e lasciano andare i propri cari. L’abbandono dei malati psichiatrici è un fenomeno più frequente di quello che si pensa. La maggior parte delle persone senza fissa dimora che incontriamo nei servizi di sollievo alla povertà estrema è affetta da patologie psichiatriche.  Per questo motivo la comunità deve affiancarsi agli organismi istituzionali e familiari  preposti alla cura. Non solo perché anche i malati psichiatrici sono parte della comunità cittadina ma anche perché è la comunità lo spazio  relazionale nel quale sviluppare una cultura della solidarietà. Accompagnare la persona malata nel suo percorso di cura, il farsi corresponsabili della sua “presa in carico” significa crescere come persone, come società civile e comunità ecclesiale.
Non possiamo ricordarci della salute mentale e rattristarci per i suicidi che hanno segnato le nostre comunità se non guardiamo alla salute mentale con uno sguardo non di giudizio, ma solidale e partecipativo. È necessario farsi promotori di politiche della salute psichiatrica attente a tutte le fasce di età, capaci di garantire la qualità e la continuità della cura nel rispetto dei diritti e dei doveri delle persone con disturbi mentali. Un’ulteriore sfida ci attende:  accompagnare i malati mentali nel percorso di cura e di  ri-definizione della propria vita, alla ricerca di un senso che spesso viene meno dall’esordio della malattia e che può essere ritrovato solo se riconosciuti, accompagnati, supportati. E Gustavo, Fabrizio, Ivan condurrebbero vite diverse.»
Lidia di Pietro, Migrantes
Comunicato stampa

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