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Leggere il contagio: dati, tempi, sviluppi e la regola delle 3 T

Abbiamo intervistato l'epidemiologo Marco Valenti, professione ordinario all'Università degli Studi dell'Aquila. L'Abruzzo, così come l'Italia, si trova immerso nell'oramai assodata fase 2. "Bisogna testare la popolazione: testare, tracciare e trattare. Applicare, insomma, le 3 T, altrimenti non se ne esce".

Coronavirus, altri 7 casi in Abruzzo

L’11 maggio 2020 , lunedì prossimo, sarà una prima, tiepida data di conquista, per la storia recente – non solo sanitaria – dell’Italia. Si compirà, di fatti, una settimana esatta da quando è subentrata alla cosiddetta fase 1, più meramente emergenziale, l’altra faccia della medaglia di questa inedita pandemia mondiale, la fase 2. Una fase 2 corredata da nuove regole, nuove casistiche, nuovi rapporti pazienti-guariti. Ma corredata anche da nuove speranze. Leggere tra le righe di un fenomeno così complesso e assolutamente mai verificatosi prima di adesso, significa doversi approcciare ad una realtà che diventa esperienza giorno per giorno, senza, però, per ora, assodarsi mai.

In Provincia dell’Aquila, ad esempio, sta continuando una scia positiva di bassissimo contagio, con 0 casi di Coronavirus registrati negli ultimi giorni appena trascorsi, escluso l’ultimo, quello di ieri, caratterizzato da un unico contagio riscontrato a Luco dei Marsi, primo e solo per il Comune marsicano. “La zona della Provincia dell’Aquila è probabile che sia, in questo momento, molto fredda dal punto di vista del virus, quindi potremmo benissimo parlare di 0 casi reali, anche se io credo che, aumentando il numero dei tamponi effettuati, si verificherebbe qualcosa di più. Tra 15 giorni circa, potremmo avere le prime verifiche tangibili sull’adozione delle nuove regole della fase 2”. A spiegare il momento attuale del fenomeno del Coronavirus in Provincia e in Abruzzo, è Marco Valenti, professore ordinario di metodologia epidemiologica del Dipartimento di Scienze cliniche applicate e biotecnologie (Discab) dell’Università degli studi dell’Aquila, nonché Dirigente Responsabile del Centro di Riferimento Regionale per l’Autismo. Il professore lancia subito il dado di un’urgenza di azioni da attuare sul territorio: “Se non si mette in moto subito una valutazione sierologica di massa, è difficile avere, ad oggi, un quadro preciso di ciò che sta accadendo, io concordo – continua – con quanto sostiene il virologo Crisanti in Veneto: bisogna testare la popolazione, o meglio testare, tracciare e trattare: le tre T, fuori da questo campo di azioni, non si esce dal tunnel. Sarebbe importante, inoltre, – aggiunge il professore – fare questi test rapidamente e su scale di massa ben più significative di quelle previste, avviate attualmente su singole categorie. L’azione importante da mettere in atto sarebbe quella di testare la popolazione con dei test ad alta specificità, che consentano di individuare rapidamente i soggetti negativi e di ritestarli ciclicamente con una certa periodicità; per i positivi, invece, bisognerebbe adottare dei test sierologici e avviarli alla diagnosi, alla discriminazione diagnostica col tampone, vale a dire con l’analisi molecolare. La diversità tra i due approcci sarebbe questa; questo sarebbe l’optimum“.

Dal 26 aprile scorso, si sono registrati 0 contagi giornalieri in Provincia dell’Aquila, eccetto l’unico caso a Luco dei Marsi riscontrato ieri.

La nostra Regione, di mare e di montagna, fa i conti con un virus che l’ha letteralmente divisa in due, a livello di contagi, infestando, con pesi nettamente diversi, quasi due Abruzzi, viste le differenziazioni. “L’Abruzzo, innanzitutto – spiega il professore – viaggia a due velocità non uguali, dal punto di vista della pandemia. Da sempre, la zona interna è rimasta più protetta, su questo non ci sono dubbi sin dall’inizio; l’area di Pescara, invece, ha sofferto di più, avendo avuto dei focolai che si sono accesi in zone molto particolari e molto specifiche. Parlare di Abruzzo in quanto tale non è molto sensato. Anche l’indicatore R-0, metodologicamente, è un indicatore che può essere utilizzato quando c’è l’assunto di omogeneità di distribuzione dei casi; bisognerebbe avere, cioè, per la Regione Abruzzo, un R-0 per l’area di Pescara e un R-0 per l’area dell’Aquila, viste le non similitudini. Inoltre, posso dire da epidemiologo che tutti i numeri presi in considerazione nel loro valore assoluto, sono poco sensati, in realtà. Sono sensati, invece, gli indici: vale a dire dei numeri che hanno un numeratore e un denominatore; a questo punto, avrebbe senso stabilire la positività per mille campioni eseguiti, ad esempio, in zone diverse. A questo punto, si potrebbero anche confrontare aree diverse ed avere un dato omogeneo, con uno stesso denominatore, perché il dato viene scorporato per zone. Probabilmente, sarebbero necessarie delle strategie lievemente più articolate per territori differenziati”.

Tenendo a mente, poi, l’andamento dei modelli epidemiologici su base matematica, ossia costruiti sui dati, “noi – avverte Valenti – stiamo andando verso una tendenza di appiattimento generale. Realisticamente, entro la fine del mese di maggio, dovremmo essere arrivati ad una situazione molto favorevole. I dati raccolti diventano informativi, poi, solo se presi in uno studiato arco di tempo: c’è bisogno di una base temporale, sulla quale valutare un andamento; non si può avere un’informazione reale dai dati letti giorno per giorno”.

Risulta, quindi, sbagliato parlare sempre e solo di numeri assoluti e diventa non funzionale il fatto di andare a commentarli giorno per giorno. Il primo giro di boa, al netto dei fatti, per la verifica delle nuove misure della Fase 2, si avrà tra 15 giorni, perché, per l’appunto, “vi sarà una base temporale sufficiente trascorsa, sulla quale stabilire l’andamento di un trend. Non basta, però, solo testare ed eventualmente fare diagnosi, ma bisogna anche tracciare il soggetto”.

In questa fase della gestione della pandemia appena aperta, ad avere un ruolo da protagonista sarà la medicina del territorio, inclusi i servizi di prevenzione della Asl. “E’ chiaro che il territorio gioca una partita fondamentale. – conclude il docente – Le epidemie non si vincono in Ospedale, a dispetto della narrazione generale mitizzata in questi ultimi mesi. Sì, c’è stato effettivamente un momento durante il quale si è dovuta fronteggiare l’onda. Ma – chiosa il professore – il controllo dell’epidemia si fa con strumenti di territorio, sia grazie ai medici di base che ai servizi di prevenzione. Il tracciamento non compete ai medici ospedalieri, ma è appannaggio della medicina territoriale; è chiaro che dove non c’è una buona medicina territoriale, è anche più difficile agire”.

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